Non sopporto chi ancora paragona Trump a Biden

Biden non bombardava scuole femminili uccidendo 180 bambine, nemmeno le molestava…le bambine.

Biden ha sofferto di un banale e diffuso problema cognitivo dovuto all’età. Trump è sempre stato cosi, come recitava una vecchia pubblicità italiana: “non preoccuparti cara, non è l’età sei sempre stata così”. I suoi sostenitori compresi i giornalai e politici destroti italiani parlano di demenza, sostengono che si sta verificando un improvviso peggioramento cognitivo, solo perché non possono dire che hanno scoperto solo ora che il re è nudo, non possono dire che è sempre stato un narcisista maligno, con una innata cattiveria verso il genere umano, sopratutto quella parte che non è bianca, ricca, di sesso maschile o che non lo lascia vincere a golf. L’idiota arancione, ora sono in molti a definirlo così prima sembrava vietato, questo dopo che la nostra presidente del coniglio ha avuto il ‘grande coraggio’ di definire le sue parole contro il papa “inaccettabili”, ora ci sentiamo un po’ tutti meno crocifiggibili quando definiamo il presidente con i corretti attributi, tipo: “narcisista maligno”, “idiota”, “disturbato”, “confuso”, “inappropriato”, “malato”, ecc.. siamo ancora agli eufemismi, ma confido che per le elezioni di mid term il vocabolario degli aggettivi sarà molto più popolato.

Risveglio MAGA. Forse il mondo MAGA si sta risvegliando dallo stato ipnotico

Segnali di crisi del trumpismo tra pentimenti, difficoltà economiche e perdita di consenso

Negli ultimi tempi stanno emergendo segnali sempre più evidenti di un fenomeno che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile: una parte del mondo MAGA e dell’elettorato repubblicano sembra iniziare a uscire da una sorta di stato di adesione acritica al trumpismo. Per anni il consenso attorno a Donald Trump è apparso compatto, impermeabile ai fatti e alle contraddizioni, quasi come se una larga fascia di elettori fosse intrappolata in una narrazione da cui era impossibile uscire. Oggi, invece, qualcosa sembra essersi incrinato, e i segnali di un possibile “risveglio MAGA” stanno diventando sempre più visibili.

Si moltiplicano, ad esempio, i video di sostenitori trumpiani che si dichiarano pentiti del loro voto. Non si tratta di semplici cambi di opinione, ma di veri e propri sfoghi pubblici: persone in lacrime che ammettono di essersi sbagliate, che si definiscono ingenue o addirittura “idiote” per aver creduto a promesse che oggi appaiono, alla prova dei fatti, vuote o fuorvianti. Questo tipo di reazione è estremamente raro nella politica moderna, dove l’elettore tende più facilmente a razionalizzare che a riconoscere un errore. E proprio per questo rappresenta uno dei segnali più forti di crisi del consenso trumpiano.

Il cambiamento, tuttavia, non nasce solo da una presa di coscienza astratta, ma da un impatto diretto sulla vita quotidiana. Molti elettori MAGA stanno sperimentando sulla propria pelle le conseguenze delle politiche che avevano sostenuto: perdita di sussidi, difficoltà nell’accesso all’assistenza sanitaria, aumento del costo della vita. In particolare, aree come la Rust Belt — che avevano costituito uno dei pilastri del consenso di Trump — risultano oggi tra le più colpite. È qui che il contrasto tra promessa politica e realtà concreta diventa più evidente, e dove il “risveglio del mondo MAGA” assume contorni sociali ed economici ben definiti.

A questo si aggiunge un elemento emotivo sempre più visibile: la rabbia. Non è raro vedere sostenitori trumpiani sfogarsi pubblicamente per l’aumento dei prezzi del carburante, accusando direttamente l’“uomo arancione” per una situazione che percepiscono come fuori controllo. La politica estera gioca un ruolo cruciale in questa frustrazione: molti elettori avevano scelto Trump proprio per la promessa di non entrare in nuove guerre e di concentrarsi esclusivamente sugli interessi interni degli Stati Uniti, il famoso slogan “America First”. Ritrovarsi invece coinvolti in scenari internazionali complessi e costosi rappresenta, per loro, un tradimento diretto.

Questo genera una frattura interna al mondo MAGA che è forse l’aspetto più interessante e meno discusso. Chi inizia a mettere in dubbio Trump si trova in una posizione scomoda: da un lato viene attaccato dagli altri sostenitori, che lo considerano un traditore; dall’altro viene ridicolizzato dagli avversari politici, che lo vedono come qualcuno che “si è accorto troppo tardi”. Il risultato è una crisi identitaria che contribuisce a indebolire ulteriormente la compattezza del movimento.

Anche sul piano politico si intravedono segnali di cambiamento. Per anni, l’appoggio di Trump è stato decisivo per la carriera di molti esponenti repubblicani: avere il suo endorsement significava spesso vincere. Oggi questo meccanismo sembra meno efficace. In alcuni casi, il sostegno dell’ex presidente non solo non garantisce più la vittoria, ma può addirittura trasformarsi in un fattore di rischio elettorale. Le dinamiche interne al Partito Repubblicano diventano così più instabili, come dimostrano le tensioni che coinvolgono figure come Marjorie Taylor Greene o Joe Kent.

Resta poi un nodo centrale: Trump ha davvero una strategia? Una parte dell’analisi politica, soprattutto europea, tende ad attribuirgli una visione coerente, parlando di grandi piani geopolitici o di strategie contro potenze come la Cina. Tuttavia, sempre più osservatori mettono in dubbio questa lettura, sostenendo che le sue decisioni siano spesso il risultato di impulsi immediati più che di una strategia strutturata. Questo contribuirebbe a spiegare l’imprevedibilità delle sue scelte e la difficoltà, per i suoi stessi elettori, di comprenderne la direzione.

Il momento resta comunque estremamente delicato. Il rischio non è solo politico, ma anche istituzionale. L’uso della tensione internazionale come strumento di consenso interno, o come distrazione da problemi domestici, è una dinamica ben nota nella storia. E quando si combina con una leadership imprevedibile, il risultato può diventare pericoloso. A questo si aggiunge il ruolo crescente di alcune élite economiche e tecnologiche, con figure come Peter Thiel e Elon Musk al centro di un dibattito sempre più acceso sul rapporto tra potere economico e democrazia.

La vera domanda, a questo punto, non è tanto se il mondo MAGA si stia risvegliando, ma cosa accadrà dopo. Se questo processo di disillusione continuerà, potrebbe portare a un indebolimento significativo del trumpismo e a un riequilibrio politico negli Stati Uniti, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine. Ma nulla è garantito: la storia insegna che i momenti di crisi possono generare sia evoluzioni positive sia derive ancora più radicali.

Forse l’ipnosi si sta davvero esaurendo. Oppure stiamo assistendo solo a una fase di transizione. In ogni caso, qualcosa si è rotto. E quando un sistema basato su una forte adesione emotiva inizia a incrinarsi, difficilmente torna esattamente com’era prima.

Quindi l’Europa la deve smettere di abbozzare davanti all’idiota aspirante dittatore, deve assolutamente opporsi alla politica U.S.A. e soprattutto non deve entrare in nessun modo nella guerra di Trump, che unicamente sua e nemmeno lui ne conosce le motivazioni perché appunto è una persone con capacità cognitive molto limitate. Il resto del mondo, quelli che non sono i suoi irriducibili sostenitori devono lasciare che le crepe nel mondo MAGA e repubblicano si moltiplichino e si allarghino.

Non capisco perché il suo stato maggiore che ha giurato sulla costituzione non sul presidente non provino in qualche modo a limitarlo, limitare un uomo che tra l’altro è molto lontano dal mondo e dalla retorica militare U.S.A. visto la sua mancanza di rispetto per le vittime americane e che quando tocco a lui codardamente con il peso della ricchezza evitò di partecipare alla guerra.

Risveglio MAGA. Forse il mondo MAGA si sta risvegliando dallo stato ipnotico

In primo piano

Segnali di crisi del trumpismo tra pentimenti, difficoltà economiche e perdita di consenso

Negli ultimi tempi stanno emergendo segnali sempre più evidenti di un fenomeno che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile: una parte del mondo MAGA e dell’elettorato repubblicano sembra iniziare a uscire da una sorta di stato di adesione acritica al trumpismo. Per anni il consenso attorno a Donald Trump è apparso compatto, impermeabile ai fatti e alle contraddizioni, quasi come se una larga fascia di elettori fosse intrappolata in una narrazione da cui era impossibile uscire. Oggi, invece, qualcosa sembra essersi incrinato, e i segnali di un possibile “risveglio MAGA” stanno diventando sempre più visibili.

Si moltiplicano, ad esempio, i video di sostenitori trumpiani che si dichiarano pentiti del loro voto. Non si tratta di semplici cambi di opinione, ma di veri e propri sfoghi pubblici: persone in lacrime che ammettono di essersi sbagliate, che si definiscono ingenue o addirittura “idiote” per aver creduto a promesse che oggi appaiono, alla prova dei fatti, vuote o fuorvianti. Questo tipo di reazione è estremamente raro nella politica moderna, dove l’elettore tende più facilmente a razionalizzare che a riconoscere un errore. E proprio per questo rappresenta uno dei segnali più forti di crisi del consenso trumpiano.

Il cambiamento, tuttavia, non nasce solo da una presa di coscienza astratta, ma da un impatto diretto sulla vita quotidiana. Molti elettori MAGA stanno sperimentando sulla propria pelle le conseguenze delle politiche che avevano sostenuto: perdita di sussidi, difficoltà nell’accesso all’assistenza sanitaria, aumento del costo della vita. In particolare, aree come la Rust Belt — che avevano costituito uno dei pilastri del consenso di Trump — risultano oggi tra le più colpite. È qui che il contrasto tra promessa politica e realtà concreta diventa più evidente, e dove il “risveglio del mondo MAGA” assume contorni sociali ed economici ben definiti.

A questo si aggiunge un elemento emotivo sempre più visibile: la rabbia. Non è raro vedere sostenitori trumpiani sfogarsi pubblicamente per l’aumento dei prezzi del carburante, accusando direttamente l’“uomo arancione” per una situazione che percepiscono come fuori controllo. La politica estera gioca un ruolo cruciale in questa frustrazione: molti elettori avevano scelto Trump proprio per la promessa di non entrare in nuove guerre e di concentrarsi esclusivamente sugli interessi interni degli Stati Uniti, il famoso slogan “America First”. Ritrovarsi invece coinvolti in scenari internazionali complessi e costosi rappresenta, per loro, un tradimento diretto.

Questo genera una frattura interna al mondo MAGA che è forse l’aspetto più interessante e meno discusso. Chi inizia a mettere in dubbio Trump si trova in una posizione scomoda: da un lato viene attaccato dagli altri sostenitori, che lo considerano un traditore; dall’altro viene ridicolizzato dagli avversari politici, che lo vedono come qualcuno che “si è accorto troppo tardi”. Il risultato è una crisi identitaria che contribuisce a indebolire ulteriormente la compattezza del movimento.

Anche sul piano politico si intravedono segnali di cambiamento. Per anni, l’appoggio di Trump è stato decisivo per la carriera di molti esponenti repubblicani: avere il suo endorsement significava spesso vincere. Oggi questo meccanismo sembra meno efficace. In alcuni casi, il sostegno dell’ex presidente non solo non garantisce più la vittoria, ma può addirittura trasformarsi in un fattore di rischio elettorale. Le dinamiche interne al Partito Repubblicano diventano così più instabili, come dimostrano le tensioni che coinvolgono figure come Marjorie Taylor Greene o Joe Kent.

Resta poi un nodo centrale: Trump ha davvero una strategia? Una parte dell’analisi politica, soprattutto europea, tende ad attribuirgli una visione coerente, parlando di grandi piani geopolitici o di strategie contro potenze come la Cina. Tuttavia, sempre più osservatori mettono in dubbio questa lettura, sostenendo che le sue decisioni siano spesso il risultato di impulsi immediati più che di una strategia strutturata. Questo contribuirebbe a spiegare l’imprevedibilità delle sue scelte e la difficoltà, per i suoi stessi elettori, di comprenderne la direzione.

Il momento resta comunque estremamente delicato. Il rischio non è solo politico, ma anche istituzionale. L’uso della tensione internazionale come strumento di consenso interno, o come distrazione da problemi domestici, è una dinamica ben nota nella storia. E quando si combina con una leadership imprevedibile, il risultato può diventare pericoloso. A questo si aggiunge il ruolo crescente di alcune élite economiche e tecnologiche, con figure come Peter Thiel e Elon Musk al centro di un dibattito sempre più acceso sul rapporto tra potere economico e democrazia.

La vera domanda, a questo punto, non è tanto se il mondo MAGA si stia risvegliando, ma cosa accadrà dopo. Se questo processo di disillusione continuerà, potrebbe portare a un indebolimento significativo del trumpismo e a un riequilibrio politico negli Stati Uniti, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine. Ma nulla è garantito: la storia insegna che i momenti di crisi possono generare sia evoluzioni positive sia derive ancora più radicali.

Forse l’ipnosi si sta davvero esaurendo. Oppure stiamo assistendo solo a una fase di transizione. In ogni caso, qualcosa si è rotto. E quando un sistema basato su una forte adesione emotiva inizia a incrinarsi, difficilmente torna esattamente com’era prima.

Quindi l’Europa la deve smettere di abbozzare davanti all’idiota aspirante dittatore, deve assolutamente opporsi alla politica U.S.A. e soprattutto non deve entrare in nessun modo nella guerra di Trump, che unicamente sua e nemmeno lui ne conosce le motivazioni perché appunto è una persone con capacità cognitive molto limitate. Il resto del mondo, quelli che non sono i suoi irriducibili sostenitori devono lasciare che le crepe nel mondo MAGA e repubblicano si moltiplichino e si allarghino.

Non capisco perché il suo stato maggiore che ha giurato sulla costituzione non sul presidente non provino in qualche modo a limitarlo, limitare un uomo che tra l’altro è molto lontano dal mondo e dalla retorica militare U.S.A. visto la sua mancanza di rispetto per le vittime americane e che quando tocco a lui codardamente con il peso della ricchezza evitò di partecipare alla guerra.

La cattiveria come programma politico: Trump, l’Europa servile e il silenzio del Congresso

Quando la cattiveria diventa consenso

Viviamo in un’epoca inquietante, in cui la cattiveria sembra essere diventata un valore sufficiente per ottenere consenso. Non servono più talento, intelligenza, empatia o buon senso: basta urlare più forte degli altri, umiliare, minacciare, dividere. In questo scenario, la figura di Donald Trump appare come il simbolo perfetto di una degenerazione politica e culturale che sta trascinando con sé non solo gli Stati Uniti, ma l’intero equilibrio occidentale

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Trump non ha una strategia: ha solo potere

Trump è senza vergogna e senza talento. Non possiede una visione, né una strategia coerente. Sembra piuttosto di vivere in una Gotham City senza Batman, dove il caos regna e nessuno sembra davvero in grado – o disposto – a intervenire. Le analogie storiche sono scomode, ma inevitabili: Benito Mussolini e Adolf Hitler insegnano che certi segnali non vanno mai sottovalutati. Il tentativo di golpe del 6 gennaio non è stato folklore politico, ma un precedente gravissimo, una frattura nella democrazia americana.

Il Congresso e il fallimento dei contrappesi

Perché il Congresso non lo ferma?

La domanda centrale resta questa: perché il Congresso degli Stati Uniti non interviene con decisione?
Perché Trump non viene trattato per ciò che è politicamente: un soggetto profondamente inadeguato, instabile, incapace di gestire il potere che gli è stato consegnato?

È un errore enorme continuare ad attribuirgli una strategia. Trump non ne ha una. Si comporta come un bambino viziato che sbatte i piedi quando le cose non vanno come vuole. Ogni sua decisione nasce da risentimento personale, narcisismo patologico e desiderio di rivalsa, non da calcolo geopolitico.

Un esempio emblematico è il mancato endorsement a María Corina Machado. Non c’entra la sua adeguatezza o meno come leader: dal punto di vista di Trump, Machado rischiava di oscurarlo, persino simbolicamente, con l’ipotesi di un Premio Nobel. Ed ecco allora la reazione infantile: ostacolarla e, allo stesso tempo, rivendicare per sé un riconoscimento che non ha mai meritato, arrivando persino a “regalare” pateticamente premi e meriti come se fossero giocattoli.

L’Europa complice e l’Italia servile

Il problema non è solo americano. Giorgia Meloni e il suo governo stanno progressivamente mettendo l’Italia al servizio di un aspirante dittatore. È una scelta miope e pericolosa. Ancora più grave è il ruolo di una parte del giornalismo di destra, impegnato in vere e proprie acrobazie retoriche pur di difendere l’indifendibile.

Giornalisti come Maurizio Molinari arrivano a sostenere tesi surreali, come quella secondo cui la Cina sarebbe avvantaggiata da una Groenlandia “libera” e non sotto il controllo statunitense. La realtà è opposta: ciò che davvero avvantaggia la Cina sono le stronzate di Trump, che rendono Pechino un partner infinitamente più affidabile dell’attuale amministrazione americana. Quando l’America appare capricciosa, vendicativa e inaffidabile, chiunque altro sembra automaticamente più serio.

Un’anomalia storica che presenta il conto

Il fatto stesso che un idiota narcisista maligno abbia concentrato su di sé così tanto potere è una grave anomalia storica. E se Trump non riuscirà a instaurare una dittatura vera e propria – ipotesi che solo pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza, ma oggi non lo è più – tutti quelli che gli hanno “baciato il culo” (per usare le sue stesse parole) ne pagheranno il prezzo politico.

I segnali, negli Stati Uniti, già esistono:

  • molti repubblicani iniziano, seppur lentamente, a ribellarsi;
  • diversi senatori lasciano le loro cariche;
  • città e Stati si oppongono apertamente all’“ignobile presidente”.

Eppure, la politica e la stampa europea – soprattutto italiana – sembrano cieche davanti a tutto questo.

L’Europa che guarda e tace

La domanda finale (che nessuno vuole affrontare)

Se Trump sta danneggiando prima di tutto il suo stesso Paese, cosa aspetta il Congresso a bloccarlo?
E soprattutto: cosa aspettano i vertici europei a rivolgersi direttamente al Congresso americano, ignorando un presidente palesemente inadeguato?

La storia insegna che certi regimi crollano non per un singolo gesto eroico, ma per una spallata collettiva. Trump potrebbe subirla, se tutti gli uomini e le donne di buona volontà decidessero finalmente di unirsi contro di lui. Il tempo, però, non è infinito. E il silenzio, oggi, non è neutralità: è complicità.

Trump non è un genio del male né uno stratega visionario. È molto peggio: è un uomo mediocro con un potere spropositato, circondato da opportunisti, adulato da governi deboli e difeso da una stampa che ha smesso di fare il suo mestiere. La storia ci insegna che figure così non crollano da sole: vengono fermate, oppure lasciano macerie.

Se esiste ancora una possibilità di evitare il peggio, passa da una presa di coscienza collettiva. Dal Congresso americano, prima di tutto. Ma anche dall’Europa, che dovrebbe smettere di inseguire il potente di turno e tornare a difendere principi, istituzioni e dignità democratica. Perché quando la politica abdmocrazia abdica, la distopia smette di essere fantasia e diventa cronaca.

Quelli che stanno descrivendo nel modo migliore la presidenza Trump sono i comici. I comici come Jimmy Kimmel, i soggetti come l’uomo arancione e come tutti gli aspiranti dittatori hanno una fottuta paura della satira

Altra categoria che ha grande voce in capitolo su Donald Trump è quella degli psichiatri, Trump è un narcisista maligno con un ego sovradimensionato. Come alcuni psichiatri spiegano la condizione patologica di Trump forse causata dal suo rapporto iper-tossico con un padre autoritario e sminuente, sembra che il presidente non abbia superato l’adolescenza e nemmeno la sua fase edipica.

quindi l’imbarazzante uomo arancione fornisce materiale infinito per comici e psichiatri

l Re è nudo, o meglio c’è un idiota alla Casa Bianca

l Re è nudo è li è palese, visibilissimo, ma le destre repubblicane MAGA amerikane sono oramai sotto una ipnosi collettiva un mix tossico di evangelismo da predicatore televisivo e imbonitori televisivi, l’altra parte dei repubblicani sono colpevolmente allineati a Trump anche quelli come l’imbarazzante vicepresidente che in passato criticò aspramente il mafioso arancione ed ora è più realista del Re, ancora più colpevole degli altri (avendo letto il libro di JD Vance devo dire che non sembrava un idiota come quegli individui MAGA che trascinano le croci con le rotelle). I democratici si comportano come se fossero stati spaventati da un qualche essere mostruoso saltato fuori da un cespuglio all’improvviso, sono freezati come un pc al quale si dati troppi input in poco tempo.

L’Europa si è genuflessa in maniera vergognosa, i giornalisti di destra sono altrettanto vergognosi quando come la Meloni tentano di normalizzare Trump che di normale non ha niente, sparano c*****e sul presunto odio della sinistra contro un influencer che sull’odio ci ha fatto la sua fortuna, comunque ammazzato da qualcuno che era molto più simile a lui che a qualsiasi ‘antifa’, ma questo anche politici e opinionisti di sinistra non lo ribadiscono mai.

Il Re è nudo, o meglio c’é un idiota alla Casa Bianca, senza cultura probabilmente con un QI molto basso che ovviamente si può solo circondare di gente più stupida di lui, per non sentirsi minacciato (vedi Elon Musk) , ne risulta che nessuno dice più niente su quello che dice l’imbarazzante uomo arancione, perché come diceva forse Oscar Wilde: “E’ inutile discutere con gli idioti, perché ti trascinano al loro livello e ti battono con l’esperienza”.

Sta venendo fuori che Charlie Kirk è stato ucciso da qualcuno che era esattamente un MAGA come lui. Perché i giornalisti sembrano ignorare questa cosa?

Non riesco veramente a capire la mollezza per non dire la paura con la quale gli opinionisti ma anche i politici di sinistra, non rispondono con i fatti alle accuse di fomentare l’odio, quando nessuno della sinistra non ha detto ne scritto nulla, anche perché, chi cazzo lo conosceva questo influencer americano. Personalmente ho visto il filmato del brutale omicidio dopo pochi minuti dall’accaduto, senza sapere chi fosse la vittima seno non il solo fatto di appartenere al mondo MAGA. L’unica giornalista che ha posto l’accento sul fatto che si tratta di un omicidio tutto interno al mondo dell’ultra destra amerikana (si per questi la K ci vuole) almeno fino ad ora è Annalisa Cuzzocrea (link sotto), pare che alcuni commentatori MAGA a caldo abbiano richiesto la pena di morte, ma gli stessi soggetti quando è emersa la vera natura dell’assassino hanno parlato di ‘perdono’, si perché così avrebbe voluto Charlie Kirk.

Direi che Giorgia Meloni dovrebbe quantomeno scusarsi con il popolo italiano per avere prodotto fake news, visto che la sinistra americana non centrava nulla e figuriamoci quella italiana e che le scritte sui proiettili fanno riferimento a dei meme e dei video giochi e di serie Netflix. Tyler Robinson molto probabilmente non sapeva nulla del fatto che ‘bella ciao’ fosse una canzone popolare italiana legata alla resistenza.

Giornalisti e politici di sinistra dovrebbero controbattere su queste basi, sul fatto che l’omicidio del povero Kirk è nato e si sviluppato nel loro mondo, nel mondo Make America. Great. Again. (che io correggerei in: Make America Sordid Again), probabilmente Tyler si era legato ad un gruppo ancora più di estrema destra, in conflitto con ‘turning point America’, se poi fosse diventato un comunista nelle ultime 24 ore, chissa… Nel migliore dei casi si tratterebbe di uno schizzato mentale.

Bisogna smentire con questi fatti le bullshit americane e le cazzate senza uno straccio di prova dei giornali di destra italiani, CHE VERAMENTE NON HANNO PIÙ VERGOGNA!

L’unica esempio che fanno i destroti è quello che avrebbe detto Odifreddi che comunque in confronto alle loro solite affermazioni è nulla.

Trump è il cagnolino di Netanyahu?

Il 13 giugno 2025 Israele ha lanciato l’Operazione Rising Lion, colpendo impianti nucleari iraniani – Natanz, Fordow e Isfahan – in una mossa autonoma su ordine del primo ministro Benjamin Netanyahu newyorker.com+4en.wikipedia.org+4en.wikipedia.org+4. Nove giorni dopo, tra il 21 e il 22 giugno, gli Stati Uniti hanno compiuto un pesante bombardamento con ordigni bunker-buster e missili Tomahawk, definito Operation Midnight Hammer

Secondo la Carnegie Endowment, Netanyahu ha esercitato una «pericolosa influenza» su Trump durante la guerra carnegieendowment.org+1e24.no+1. Commentatori e opinione pubblica concordano: Trump ha subito pressioni da Netanyahu – unite a falchi repubblicani come Graham e Cruz – spingendolo a partecipare militarmente .

Così come osserva un’analisi sul Forward, sebbene Trump fosse predisposto al confronto, Netanyahu ha accelerato e “spedito” la decisione, operando una sorta di coercizione strategica .

Trump – fino a giugno 2025 – aveva adottato l’approccio “America First” con alta pressione economica, sanzioni e tentativi di negoziato (campagna “maximum pressure”) theguardian.com. Ma di fronte alla mossa israeliana, Trump prima si era distaccato, poi si è convinto a lanciare i bombardamenti, definendoli “spettacolari” .

Secondo il Wall Street Journal, Trump ha sostenuto la svolta come un’azione cruciale di deterrenza con Israele . Dall’altra parte, editorialisti di Washington Post e Guardian criticano la mossa come un salto bellico senza solide basi diplomatiche o approvazione del Congresso forward.com+3washingtonpost.com+3washingtonpost.com+3.

Pur non essendoci prove di minaccia diretta, analisti ritengono che Trump abbia modellato la sua decisione sulle richieste israeliane, passando da un approccio diplomatico moderato a un intervento militare deciso . L’ipotesi di “richiesta di aiuto sotto pressione” appare plausibile: Netanyahu aveva già iniziato i raid nove giorni prima, creando un “fatto compiuto” al quale Trump non poteva sottrarsi.

2 galli nello stesso pollaio

In primo piano

Two Roosters, One Coop: Why Trump and Musk Were Bound to Clash

Come avevo scritto tempo fa due galli nello stesso pollaio non possono convivere e come scrissi un po’ speravo che quello che è successo succedesse, perché qualsiasi cosa indebolisca l’amministrazione Trump per me è un fatto molto positivo. Ancora non mi capacito come gli americani abbiano potuto eleggere una figura così inadatta (per usare un eufemismo) a governare un condominio, figuriamoci il paese più potente del mondo. Non era difficile da prevedere però lo scontro tra due narcisisti patologici con un ego ultra smisurato, gli unici a non vedere l’inaffidabilità (anche qui per usare un eufemismo) di Donald Trump sono il nostro destroso governo e sui servi giornalisti che proprio non riescono a dire (perché non possono non vederlo) che il re è nudo.

Mi immagino a volte se fosse Biden a fare un decimo delle stronzate che fa Trump cosa scriverebbero i soliti pronisti (ultima evoluzione del cronista) fedeli al governo MelonI.

Back when Trump took office, I wrote that his friendship with Elon Musk wouldn’t last. It wasn’t hard to see why. You can’t have two alpha males in the same henhouse — eventually, the feathers fly.

Both men thrive on dominance, headlines, and disruption. For a while, their interests overlapped. But power doesn’t like to share the spotlight, and ego rarely plays well with others.

So here we are, watching the inevitable fallout unfold. Just like I predicted: two roosters, one coop — it was only a matter of time.

Inoltre il presidente amerikano (fa senso anche solo definirlo presidente) ha ‘spiegato’ che Zelensky e Putin sarebbero come due bambini che litigano, la cosa assurda è che lui è un bambino da sempre, un bambino capriccioso ed egoista e si sta ora scontrando con un altro bambino se vogliamo usare una metafora diversa dai galli nel pollaio. Spero che arriverà il giorno che questa sorta di ipnosi collettiva si dissolva, che il trompe l’oeil sveli l’illusione e che il Re si veda per quello che è un coglione nudo

due bambini con un enorme ego

Trump come i bambini fa i capricci ed aspetta la reazione degli adulti. Non descriviamolo più intelligente di quello che è!

No ha un piano non ha un business plan ma come i bambini provoca il genitore, vede come reagisce e la volta dopo aggiusta il tiro, questo è quello che fa il neo eletto (purtroppo) presidente degli Stati Uniti.

Anche qui in Italia ci sono politici e giornalisti, ovviamente per lo più di destra che attribuiscono a Donald Trump una sorta di pensiero strategico, un operare con uno scopo preciso, alcuni di questi si sono inventati la tattica dei dazi all’Europa per convincerla a rinunciare agli scambi commerciali con la Cina invitandoci anche a mettere dazi a nostra volta a quest’ultima. A big bull shit, grandissima cazzata, Trump non è in grado di sviluppare pensieri lineari anche semplici, figuariamoci una macchiavellica strategia economica come quella descritta. Aldilà del fatto che i dazi sono una misura pessima, assurda, devastante e controproducente, praticamente da idioti, visto che il soggetto più danneggiato è proprio colui che emette i dazi, non mi viene in mente nemmeno un economista d’accordo all’uso dei dazi, anzi persino uno dei presidenti più conservatore e liberista come Ronald Regan era fortemente contro i dazi come si evince dal filmato sotto.

Si sembra incredibile che debba rimpiangere Regan, ma messo a confronto a Trump si vede il profondo abisso tra uno presidente repubblicano iper conservatore, ma comunque uno statista, mentre Trump risulta essere il bullo ignorante lontano anni luce dalle capacità dialettiche di Regan.

Assisto ad un continuo volere normalizzare la figura di Trump, ovviamente sopratutto dai media di destra, ma vedo anche dai media di sinistra una sorta di attenuazione quasi sonora delle affermazioni imbecilli del presidente amerikano, per esempio scrivere che Trump ha detto ‘baciare la pantofola’ anziché ‘baciare il culo’. I suoi oppositori sono confusi ed imbarazzati, come si rimane confusi ed imbarazzati di fronte ad un malato mentale che gioca con la sua merda., confusi ed imbarazzati come al ristorante con un amico ubriaco che molesta gli astanti. Donald Trump andrebbe trattato per quello che è, se è indecente va trattato da indecente senza pèhotoshopparlo per renderlo accettabile al gusto pubblico, facendo così gli interessi di tutti quei sovranisti paleonazisti che lo apprezzano proprio perché tracotante, maleducato, ignorante e sopratutto inaffidabile.

solo i cretini di questo governo sostengono che Trump abbia ‘un piano’.